Come una marea inarrestabile e dall’odore nauseabondo i rifiuti fanno “capolino” ancora una volta, nell’arco di questi ultimi trent’anni, a riempire strade e pagine di cronaca. Per liberarsi di tanto ingombro si adoperano vari mezzi: uno è l’accumulo all’aperto, pratica nociva perché i mucchi di immondizia sono vivai di animali e microrganismi dannosi e di possibile contaminazione delle falde acquifere. Un altro modo è di compattare il rifiuto e coprirlo giorno per giorno con strati di terra fino a farne dei terrapieni; i quali con la scelta appropriata di luoghi, possono essere di qualche utilità. Tuttavia la soluzione più vantaggiosa per liberarsi dei rifiuti è l’incenerimento. Con questa operazione si ha la riduzione del volume dei rifiuti solidi, l’assenza di ogni tipo di contaminazione, la possibilità di ricavare, dalla combustione, calore.
Qualcuno, tra i quali Greenpeace, obietta che l’incenerire le materie plastiche emetterebbe nell’ambiente sostanze dannose, dal cloruro di polivinile l’acido cloridrico, il polietilene fonderebbe incrostando le griglie del focolare, il polistirolo darebbe del fumo nero. Questi “inconvenienti”, veri o presunti, non si producono se le combustione è efficiente e la temperatura elevata, o se gli impianti seguissero i modelli presenti in Europa o in America. Ad esempio Chicago riesce a bruciare la quasi totalità dei suoi rifiuti. Il livello di qualità degli impianti dipende dalla spesa che comporta la loro realizzazione. Dando fuoco ai cassonetti in strada il rischio di intossicazione è 100 volte superiore.
Poiché stiamo ormai dirigendoci verso una crisi dell’energia, la popolazione e le esigenze aumentano, così come aumenta la richiesta mentre attingiamo a risorse non inesauribili, l’incenerimento è un beneficio non trascurabile. Tra quel che si presta ad esser bruciato c’è la plastica, derivato del petrolio, che ha un alto contenuto calorico, non essendo necessariamente dannosa all’ambiente. Sempre che si provveda ai mezzi per recuperare come energia termica quel che contiene di buono una volta gettata via. Anziché pagare 150 euro a tonnellata per inviare le nostre scorie in Germania.
Le resistenze dei cittadini di Acerra risalgono a circa 3 anni fa quando la FIBE, con a capo Cesare Romiti, e l’ex prefetto Catenacci individuarono nel territorio agricolo napoletano le condizioni adatte alla costruzione di un impianto di termovalorizzazione, il quale conta ben più di tre anni per l’effettiva realizzazione e messa in opera.
A fine maggio Bertolaso dovrà individuare altri siti che sostituiranno la discarica di Villaricca, realizzata nella cava Riconta, ormai ricolma di 400.000 tonnellate. Almeno ufficialmente non si conosce, nel nostro Paese, né il livello si inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, né lo stato di conservazione del territorio nazionale, del quale mancano addirittura rilevazioni scientifiche aggiornate e documentate. Si va avanti alla buona, fingendo che non esistano problemi o che quelli noti all’opinione pubblica siano meno gravi di quanto comunemente si crede. Il 10% delle 7500 tonnellate di immondizia che la Campania produce quotidianamente, senza o quasi riciclare, si accumula nei Cdr di Casalduni, Pianodardine e Battipaglia. L’urgenza sale dopo la bocciatura di Serre, favorita questa dalla vicinanza dell’oasi del WWF. I sindaci risultano essere ostinati a qualsiasi tentativo di ragionamento o accordo, anche quando il materiale di compostaggio diventerebbe del fertilizzante per una capacità di 600.000 tonnellate e molti di loro hanno revocato la disponibilità ad essere sede di impianti.
È una questione di scelte. Lo sviluppo economico-industriale in sé non contrasta con la salvaguardia della natura. Il progresso consiste nella protezione dell’uomo nel suo ambiente, nell’uso oculato delle ricchezze naturali, dell’acqua, dell’aria e del suolo. Ma occorre ribellarsi ad interessi economici della criminalità organizzata di gran lunga più grandi della tutela alla salute.
1 Feedback.